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HOUSTON, TEXAS – Farebbero meglio ad abbassare i toni trionfalistici tutti quelli che volessero associare queste aperture americane circa l’abolizione della pena di morte alla crociata promossa dall’Italia o da altri su tale materia. Gli Stati Uniti sono una democrazia giovane ed ancora memore delle indebite imposizioni di un re straniero, poi eliminate con una guerra rivoluzionaria, e fino oggi nel nostro DNA nazionale c’e’ stata sempre una fortissima intolleranza ad accettare quanto in vario modo si cerca d’imporre dall’esterno. Per questo motivo, in fatto di pena capitale, gli interventi anche di grandi personaggi del mondo politico o religioso, tesi a salvare dal patibolo condannati a morte, nella stragrande maggioranza dei casi sono naufragati miseramente e sono riusciti solo ad esacerbare ulteriormente le polemiche interne su tale problema che, se si guarda indietro nel tempo, sono sempre esistite. Sono state circa mille e cento le esecuzioni eseguite in America a partire dagli anni settanta ad oggi ed in questo momento sono più di tremila i condannati che attendono il loro turno per passare a miglior vita nel braccio della morte degli istituti di pena dei vari stati. Adesso, pero’, sembra che gli abolizionisti possano finalmente spuntarla anche perché la situazione è venuta gradualmente maturando in loro favore. La Corte Suprema sta favorendo da un certo tempo a questa parte un rallentamento dell’applicazione della pena capitale e c’e’ chi spera in un cambiamento che dovrebbe intervenire se, in periodo di prova, le condanne dovessero ridursi di numero e la gente fosse indotta a riconsiderarne tanto la validità che l’utilizzo. Ultimamente si sono rivelati importanti, nella direzione dell’abolizione della pena di morte, i ricorsi presentati alla Corte Suprema da due detenuti del Kentucky in attesa dell’esecuzione. Nello stato del famoso derby e della musica bluegrass le condanne eseguite tramite una puntura letale non sono state numerose come quelle del Texas, che come in tante altre cose si trova sempre in testa alle classifiche, ma tanto in entrambi che in circa una ventina d’altri stati molti funzionari rallentano nel procedere con le esecuzioni e stanno attendendo che la Corte Suprema si pronunci su questi ricorsi che sono appoggiati con forza dagli abolizionisti. Secondo i difensori dei due condannati ed i loro sostenitori la modalità della puntura letale sarebbe estremamente dolorosa, eccessivamente crudele ed in contrasto con l’ottavo emendamento e, quindi, dovrebbe essere ritenuta incostituzionale. Attivisti che lavorano per l’abolizione di questo tipo d’esecuzione hanno fatto sapere d’essere venuti alla conoscenza d’informazioni secondo le quali alcuni condannati sono rimasti ancora in vita sino a quasi due ore dopo la somministrazione dell’iniezione letale. L’obiezione alla crudeltà di questo tipo d’esecuzione era riemersa alcuni anni fa quando nella prigione di stato di Huntsville, qui nel Texas, era stata giustiziata Betty Lou Beets, una donna di sessantadue anni condannata a morte per l’omicidio del marito. Faye Lane, la figlia della signora Beets, aveva riferito che la madre era stata vittima per anni degli abusi del coniuge violento, il capitano dei vigili del fuoco di Dallas Jimmy Don Beets. L’uxoricida pero’, nonostante l’età avanzata ed i cinque sfortunati matrimoni alle sue spalle, aveva dato al giudice l’impressione di usare il suo tentativo d’appello solo per guadagnare del tempo e per ottenere forse quella grazia che George W. Bush, allora governatore del Texas ed ora presidente degli Stati Uniti, le negò ugualmente. Adesso, gli operatori americani del settore legale e lo stesso ordine degli avvocati, che da dieci anni attendono un congelamento ed un arresto definitivo della condanna capitale ritengono che, nonostante ci siano tutte le condizioni per operare una svolta decisiva, ci si trovi ancora in una posizione di stallo che intanto non impedisce affatto che si fermi del tutto la mano del boia. L’ultima speranza potrebbe giungere insperatamente dal mondo accademico. In alcune importanti università d’alcuni stati come nell’Ohio si spera, infatti, che per almeno metà dell’anno non vengano eseguite condanne a morte. Sono in corso studi di rilevamento statistico in base ai quali, se in quel periodo di prova si dovesse appurare che il numero dei crimini non dovesse schizzare alle stelle e fuori del normale, allora si potrebbe dimostrare l’inefficacia della pena estrema e la sua effettiva inutilità per poterla eliminare una volta per tutte come sperano molti Americani. Occorre tenere presente che adesso la popolazione americana è ancora per il cinquantasei percento a favore e per il quarantasei contraria alla pena capitale, ma che, nonostante ciò, sono ugualmente in aumento quelli che credono che l’ergastolo definitivo, senza la possibilità di sconto della pena, sia sufficientemente efficace a togliere dalla circolazione i criminali peggiori e che possano costituire un pericolo reale per la società che li teme. Si comincia anche ad avere ripensamenti circa l’opportunità di togliere la vita a dei condannati che potrebbero essere vittima di un errore giudiziario visto che anche qui nel Texas, ed a distanza di tempo, sono state fatte scoperte sconcertanti circa il cattivo uso della prova del DNA per alcuni imputati in procedimenti penali conclusisi poi con la condanna a morte. “In dubio pro reo” affermavano già sapientemente, alcune migliaia d’anni fa quei maestri del settore legale che erano i Romani; meglio lasciare in libertà un colpevole che togliere ingiustamente la vita ad un innocente. E’ forse quindi alla luce di tale considerazione che in America s’apre un nuovo orizzonte che lascia ben sperare anche perché nel frattempo è passata tanta acqua sotto i ponti ed il tempo porta sempre con sé un immancabile processo di maturazione. Dagli inizi degli anni settanta la Corte Suprema ha già annullato una quarantina di condanne capitali e, nonostante si sia tornati alla comminazione della pena estrema, si ha fiducia che qualcosa si stia muovendo anche ai massimi livelli del sistema legale americano e che questo, alla fine, possa decidersi a fare il passo finale e l’abolisca.
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